[Recensione] La sequestrata di Poitiers – André Gide

Sono poco più di cento pagine, eppure riescono a trascinare il lettore in un mondo di orrido degrado fisico, psicologico e morale perpetuato fra le mura domestiche di una cittadina di provincia.

Scritto da André Gide, che nel 1930 studiò il caso di Blanche Monnier (qui Mélanie Bastian) – ribattezzata dai giornali dell’epoca “la recluse de Poitiers” – La sequestrata di Poitiers (Adelphi, 104 pg, 10,00€) analizza con occhio imparziale un caso di cronaca che trent’anni prima aveva scosso l’intera Francia.

Una donna viene rinvenuta nell’abitazione di famiglia dopo venticinque anni di reclusione. Le sue condizioni fisiche e psicologiche sono degradanti. La stanza in cui vive è sporca, le finestre sono sigillate per non far passare la luce e nell’aria aleggia il fetore di corpi non lavati, cibo rancido ed escrementi. Del sequestro sono accusati la madre e il fratello, rispettabili membri della borghesia cittadina. Eppure intorno alla vicenda aleggia l’atmosfera di connivenza di coloro che sapevano ma non avevano mai denunciato quanto accadeva fra quelle mura.

Il libriccino si apre con una serie di fotografie dei principali protagonisti, di alcuni testimoni, di articoli di giornali dell’epoca e anche della stessa Mélanie dalle quali il lettore può capire le atroci condizioni fisiche in cui versava al momento del ritrovamento. La prefazione riporta invece l’articolo con cui il giornale “Vie Illustrée” presentava il caso ai lettori, e in cui si può leggere un attento monito verso la società benpensante e complice con il suo silenzio dell’oscura vicenda.

André Gide indaga su questa devastante storia seguendo i passi della vicenda giudiziaria. Come lui stesso scrive nella prefazione

Provo qualche scrupolo a firmare la relazione di questa storia singolare. Nell’esposto assolutamente impersonale che presenterò, la mia unica preoccupazione è stata di riordinare i documenti che ho potuto raccogliere, e di farmi da parte dinanzi a loro.

Nessun interesse a trovare colpevoli e vittime o a giudicare (l’autore decide anche di cambiare i nomi dei diretti interessati) ma solo l’attenta ricostruzione dei mesi che seguirono il ritrovamento, delle possibili cause del sequestro e dei probabili rapporti in seno alla famiglia.  Attraverso gli articoli di giornale dell’epoca, le deposizioni dei testimoni diretti – come la madre, il fratello, le cameriere che negli anni avevano prestato servizio in casa Bastian e che si erano occupate della reclusa – e di persone che tempo prima avevano conosciuto la famiglia e la stessa Mélanie, Gide ricostruisce i momenti salienti della storia, cercando connessioni fra passato e presente, provando a ricostruire la psicologia dei personaggi, mostrando la tolleranza nei confronti dei terribili atti commessi che le persone informate non avevano mai denunciato.

Benché l’autore non arrivi a dare una sua interpretazione dei fatti, il lettore, partendo proprio dalle parole dei testimoni più o meno diretti, può pian piano addentrarsi nei meandri di casa Bastian, esplorare i caratteri dei protagonisti, districare la matassa dei rapporti familiari. Naturalmente la più profonda verità è scomparsa con la morte dei tre diretti protagonisti ed è sicuramente molto diversa, per le sue implicazioni psicologiche, da quella processuale. Il lettore potrà, a modo suo, ricollegare i fili di questa storia ma rimarrà con alcune domande di impossibile soluzione “Quanto Mélanie sia stata complice della madre e del fratello nella sua reclusione? Quanto gli stessi si siano effettivamente resi conto del male fisico e psicologico arrecato alla sequestrata? Qual era la vera condizione psicologica dei tre personaggi prima, durante e dopo il sequestro?”

La sequestrata di Poitiers non è solo l’attenta ricostruzione di un atroce reato ma è anche la testimonianza di un passato lontano eppure così vivido i cui personaggi sembrano tornare in vita, suscitare la curiosità del lettore, risvegliare il senso dell’orrido, della pietà, dell’incomprensibile e aprire un varco nella sua vita all’apparenza così normale e rispettabile come quella dei protagonisti facendogli provare il senso di vergogna verso chi vede ma non agisce.

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